Abolizione degli ordini: finalmente?

Gli Ordini, croce e delizia dei professionisti. Si tratta di enti pubblici, interamente finanziati dalle quote dei professionisti che non hanno scelta: devono pagare il dazio annuale per poter esercitare.

Gli Ordini hanno vari compiti: tengono l’elenco aggiornato e ufficiale dei professionisti autorizzati [albo], svolgono procedimenti disciplinari verso i propri iscritti [deontologia] e si attivano per evitare l’abusivismo professionale [tutela].

In questi giorni, con il nuovo governo Renzi, di nuovo si parla di abolizione e di nuovo c’è un palleggio di dichiarazioni superficiali e prive di senso, fra politici che sapranno di molto ma di certo non sanno nulla di Ordini.

Ho fatto parte di un Ordine in qualità di consigliere: l’Ordine Psicologi Veneto. Ma ho potuto vedere da vicino anche altri ordini regionali. Quello di cui parlerò proviene quindi da esperienza diretta, ma anche da un punto di vista per forza personale, con tutti i limiti che questo comporta.

Ecco, se oggi mi chiedessero se è giusto abolire gli ordini, io farei fatica a rispondere, con tutto quel che vedo in giro: potrebbero essere istituzioni molti utili, ma sono soggette ad un rischio di governance secondo me eccessivo.

Hanno un importante ruolo di interfaccia fra i cittadini e i professionisti che svolgono un mestiere delicato. Possono rappresentare il primo livello di chiarificazione e comunicazione fra professionista e cliente, e per chi lavora possono essere un riferimento utile, sia per aggiornarsi, che per accreditare la propria competenza, che per farsi riconoscere all’esterno.

Ma nella pratica, i singoli Ordini sono molto vulnerabili. Intanto, per la varietà di dimensioni di questi enti, in alcuni casi è difficile permettersi il minimo delle dotazioni per svolgere le funzioni essenziali, che sia il classico parere legale piuttosto che l’aula per fare il corso gratuito agli iscritti. Alla varietà di dimensioni, si aggiunge la varietà e fantasia nei regolamenti e nelle prassi: dall’Ordine regionale più rigoroso e fermo, che ‘non si compra neanche un ago fuori appalto’, a quello più naif che delibera di comprare un pc per i consiglieri, e poi se lo porta a casa il presidente senza nemmeno annotarlo sull’inventario dei beni affidati.

Ma c’è una vulnerabilità dovuta al fattore umano, a chi governa. Gli Ordini sono infatti governati da un gruppo di consiglieri eletti fra gli iscritti. Professionisti laureati, eletti dai colleghi, che si presume perciò degni e competenti per il compito che la comunità gli affida. Ma qui nascono i problemi: da sempre e in tutte le professioni, la percentuale di votanti è così bassa che spesso la scelta dei consiglieri non avviene solo in base alle qualità dei candidati, ma anche a fattori che nulla c’entrano, come la distanza del domicilio dal seggio, le variabili metereologiche (‘piove, chi me lo fa fare di mettermi per un’ora in strada per andare a votare a Canicattì?’), e simili. Inoltre, negli Ordini ci si occupa spesso di normative, amministrazione, bilanci, ma un buon professionista nel proprio campo, può essere un pessimo amministratore di enti pubblici.

Il vero e più autentico rischio di governance proviene dalle persone che compongono il consiglio, dal funzionamento del gruppo dei consiglieri, e dalle caratteristiche di chi svolge il ruolo di coordinamento, il Presidente. Come a dire che il ‘Fattore Stupidità’ di cui scientificamente parla Carlo M. Cipolla nel suo fondamentale testo sulla natura umana, qui incide e non poco.

Il rischio di governance è molto difficile da controllare. Si concretizza in comportamenti che mischiano interessi pubblici, personali e privatistici. Magari non si arriva a violazioni o fatti illeciti, ma di certo è facile collezionare piccole meschinità che, accumulandosi, producono grandi danni.

Ci si aspetterebbe di poter fare qualcosa, quando un consiglio o un presidente non funzionano come dovrebbero. Di poterli sfiduciare, deponendoli dal trono. E invece non è così: al tipico presidente pirla i consiglieri possono ben muovere rilievi anche a maggioranza, ma se è davvero pirla non si dimetterà. E di fronte ad un presidente che non si dimette, ad esempio, si può fare ben poco: la normativa non prevede meccanismi di sfiducia.

Ora, questo assetto ha le sue ragioni: offrendo con troppa facilità la possibilità di ribaltare le sorti dei Consigli degli Ordini, questi enti finirebbero per non avere la stabilità politica necessaria per assolvere al minimo sindacale delle funzioni di tutela e deontologia. E questo forse val bene la sopportazione di un paio di idioti sparsi per l’Italia.

Ma sono davvero un paio? perché il problema è tutto qui: a fronte di una vulnerabilità evidente al rischio di governance negli Ordini, quanto sono letali gli esiti? quanti Ordini funzionano male? io qui mi astengo, il mio privilegiato osservatorio Veneto non mi permette di essere obiettivo: andrei dritto all’abolizione. E controbilancio la mia esperienza diretta ai limiti inferiori della scala, con le positive esperienze a cui assisto osservando il lavoro di altri Ordini professionali. La speranza è l’ultima a morire.