Apri gli occhi sulle pensioni.

Apri gli occhi sulle pensioni.

Partiamo da un dato di fatto: l’attuale sistema previdenziale italiano, con il suo meccanismo contributivo a capitalizzazione, ribalta sulle spalle dei singoli l’onere di costruirsi la propria sicurezza economica senza alcun meccanismo di salvaguardia per chi non riesce, nel corso della carriera lavorativa, a raggiungere il goal di un risparmio sufficiente.

Se il goal fosse semplice, il sistema funzionerebbe.
Ma il goal non è semplice.

Una pensione da 12.000 euro lordi annui (1.000 mensili) richiede un accantonamento di 225.600 euro sul proprio conto pensionistico personale. Che per 2/3 circa sono contributi versati dal lavoratore, e per 1/3 sono rivalutazione e risparmio fiscale.

Nella più rosea delle previsioni e tenendo conto di rivalutazione e risparmio fiscale, un lavoratore deve comunque generare un accantonamento per contributi di almeno 150-180.000 euro nel corso della vita. Che significa una forbice fra 3.750 e 4.500 euro di risparmio l’anno, per 40 anni di lavoro.

Questo è l’ordine di grandezza con cui ci dobbiamo confrontare.
Sono numeri.
Non hanno sentimenti.
Non hanno opinioni.
Sono informazioni pubbliche, facilmente reperibili fin dal 1996.

Eppure se chiedessimo ad un campione di italiani scelti a caso di indicarci l’ordine di grandezza della costruzione della propria pensione, probabilmente non saprebbe rispondere.

Siamo stupidi? No, assolutamente.
La psicologia ci spiega con semplicità che la nostra mente non è fatta per gestire questo tipo di informazioni.
Per cui le sappiamo, ma non vengono assorbite dal nostro software comportamentale.
Non bucano la parte del nostro cervello che guida le scelte.
Non modificano il nostro comportamento.

La mente non è adatta al comportamento previdenziale.
Gli esseri umani temono la perdita attuale, non quella remota.
Sono conservativi con le proprie cose e i propri soldi, oggi. Non domani.
Il dolore di perdere 1 euro è 2,5 volte più grande della soddisfazione di riceverlo. Specialmente se la prospettiva è di perdere 1 euro oggi per riaverne 1 e mezzo fra 30 anni.

Per cui è illusorio basare un sistema previdenziale SOLO sulla volontà individuale. Il nostro attuale sistema previdenziale implica per definizione di privarsi del proprio denaro oggi per un premio che arriverà decenni dopo. Nessuno lo fa con piacere, nemmeno Warren Buffett. Per farlo dobbiamo forzare i nostri istinti oppure essere obbligati.

Ed è altrettanto illusorio pensare di basare una previdenza efficiente SOLO sulla financial education. Le ricerche scientifiche raccolte nel ‘Quaderno di Previdenza Comportamentale’ di MEFOP ci dicono che gli esperti di finanza e previdenza, si comportano allo stesso modo dei normali cittadini quando devono fare scelte sul proprio patrimonio. La conoscenza non modifica da sola il comportamento.

Educare e informare non modifica i comportamenti: in campo economico agiscono spinte comportamentali sedimentate in centinaia di migliaia di anni di storia evoluzionistica. Strategie che hanno dimostrato la loro efficacia alla prova dei fatti in tutti i mondi e le situazioni climatiche in cui l’uomo è vissuto. Divorare immediatamente tutti i fichi dell’unico albero nel raggio di chilometri è più efficiente che lasciarne un po’ per il giorno dopo, perché potrebbero essere beccati dagli uccelli. E il nostro cervello ci comanda di fare questo anche con i soldi, che con il cibo hanno molto in comune.

Davvero pensiamo di modificare la stratificazione filogenetica di strategie di sopravvivenza con qualche prodotto informativo ben confezionato? No, non è possibile. Kahneman e Tversky lo dicono chiaramente in ‘Pensieri Lenti e veloci‘: il cervello imposta il pilota automatico ogni volta che può, perché le sue euristiche sono rapide, economiche e nella maggior parte delle situazioni ci fanno fare la scelta giusta. Ma le strategie del nostro pilota automatico interno non sono matematiche, sono probabilistiche. Non calcolano: percepiscono un quadro d’insieme e attivano il pattern collegato. E di solito questo pattern non collima con i principi dell’economia classica e della matematica razionale.

Tutte le ricerche psicologiche su informazione, educazione e formazione finanziaria ed economica dicono proprio questo: che le strategie razionali sono addestrabili, mentre il piota automatico non lo è.
Informazione ed educazione non modificano il comportamento economico automatico verso i modelli della meccanica economica classica. Con un livello ridotto di glucosio nel sangue sono in grado di andare al supermercato e spendere il doppio di quanto spenderei da sazio, acquistando prodotti in base al colore e non al prezzo o alla qualità.

Conoscere la mano invisibile che governa i mercati non modifica il nostro modo di gestire il denaro.

E infatti nessun paese sviluppato al mondo basa la sua previdenza sul comportamento volontario delle persone. Perché i cittadini lasciati a loro stessi non sarebbero in grado di mettere in atto comportamenti di risparmio adeguati. Adotterebbero semplicemente la condotta che la mente umana ha sviluppato per far sopravvivere il loro organismo: si terrebbero i propri soldi, sottovalutando la quantità di denaro necessaria da risparmiare per il futuro.

Una perdita certa attuale, in cambio un guadagno incerto in un futuro remoto.
Ma chi accetterebbe una simile scommessa?
I dati sul gioco d’azzardo ci dicono che gli italiani preferiscono investire i propri soldi nel gioco d’azzardo piuttosto che nella previdenza, sebbene il gioco garantisca una perdita certa mentre la previdenza garantisca una rendita garantita. La percezione di un possibile premio immediato è più forte della percezione di una rendita vitalizia certa che arriverà fra trent’anni.
Gli psicologi conoscono bene questo fenomeno psichico, chiamato hyperbolic discounting.

Un paese che adottasse una politica previdenziale del tutto volontaristica, nel giro di qualche anno si troverebbe di fronte ad un’emergenza sociale ingestibile, dalle dimensioni economiche incalcolabili. Perché i cittadini, lasciati a se stessi, sopravviverebbero ben più delle proprie stesse previsioni e avrebbero molto meno patrimonio accumulato di quanto effettivamente necessario.

Sottovalutare la propria longevità.
Sottovalutare il fabbisogno di denaro futuro.
Pensare che saremo in salute e lucidi come ora, fino all’ultimo giorno.

Guardatevi allo specchio e domandatevi:
Quanti anni vivrò?
So prevedere denaro mi servirà per vivere fino al mio ultimo giorno?
Sarò in grado di gestire con misura le mie riserve economiche fino all’ultimo giorno?
Se è la prima volta che lo fate in modo così sistematico, non siete soli: con voi c’è il 90% della popolazione italiana.

E ora, guardiamo fuori dalla finestra e domandiamoci: il sistema italiano di fare previdenza sociale è EQUO?
Non ancora. La storia segna uno spartiacque fra cittadini. Dal 1995 in poi lo Stato ha messo sulle spalle dei lavoratori l’onere di costruire la propria pensione a partire da zero, senza una rete di salvataggio. Ma per chi lavorava prima, le pensioni sono largamente indipendenti dai contributi.

Il mio vicino di casa, ex infermiere, entrò in pensione a 42 anni e oggi, 35 anni dopo, vive con l’IRPEF che io verso togliendo il cibo dal piatto dei miei figli. Perché la sua pensione non è stata costruita con i contributi versati e l’età di pensionamento non è giustificata da alcuna base tecnica. Questa non è equità: questa è infamia sociale.

Ma il sistema previdenziale italiano è almeno EFFICIENTE?
No. Un sistema previdenziale per essere efficiente deve stare in piedi economicamente, ma deve anche garantire a tutti la sicurezza sociale. Il primo obiettivo è forse raggiunto, il secondo no.
La garanzia di mezzi sufficienti per vivere non è un principio morale di pietà umana, ma un presupposto per l’equilibrio della popolazione: una collettività composta da una parte consistente di persone prive dei mezzi per vivere sarà a rischio.
A rischio di sul piano della felicità.
A rischio sul piano della sicurezza.
A rischio sul piano della gestione economica collettiva.

In definitiva, questo sistema previdenziale è GIUSTO?
No, non lo è.
Perché non si pone il problema di una garanzia diffusa di sussistenza.
Non prevede reti di sicurezza.
Affida agli individui – attori sociali che per definizione sono privi degli strumenti comportamentali per fare scelte efficienti – la riuscita della previdenza di base.

Ma la previdenza di base dovrebbe prima di tutto proteggere la collettività dall’inefficienza strutturale delle scelte individuali. Non può fondarsi solo sull’efficienza delle scelte individuali stesse.