L'epoca delle pensioni tristi?

L’epoca delle pensioni tristi?

Avrò una pensione triste. Misera. Povera. Indecente. Non avrò una pensione.

Espressioni usate spesso (troppo) da chiunque si approcci al tema pensionistico con l’aspettativa nostalgica delle pensioni dei nostri nonni.

Le pensioni non sono né tristi né felici. Sono dei numeri. I numeri non hanno anima, si sommano e si dividono. Producono un risultato che dipende dai fattori e dagli addendi.

La pensione è frutto di una banale operazione matematica: ogni anno per quarant’anni si versa qualcosa, ed ENPAP (o INPS o qualunque altro ente di previdenza) ci aggiunge la rivalutazione. Tutto questo finisce dentro un salvadanaio che tutti noi possiamo controllare ogni giorno della nostra vita, per decidere se rimpinguarlo un pochino oppure lasciarlo così. Esattamente come un conto di risparmio.

Il giorno della pensione si rompe il salvadanaio e tutto quello che c’è dentro viene diviso per 18,8 anni, che attualmente è la previsione di aspettativa di vita.

Chi sopravvive più di 18,8 anni riceverà comunque la pensione, quindi sarà premiato perché avrà una rendita vitalizia superiore ai soldi che ha versato. Chi sopravvive meno purtroppo non potrà beneficiare, ma ne beneficeranno i suoi superstiti.

Non c’è nessun segreto nelle pensioni italiane: funziona così per tutti i lavoratori dal 1995, per i liberi professionisti funziona solo in modo più netto e pulito.

Giusto? non giusto? io ho espresso i miei dubbi sull’efficienza sociale di un sistema previdenziale che riversa interamente sulle spalle dei lavoratori singoli l’onere di costruirsi una pensione, senza garanzie di un minimo reddito di sopravvivenza. Ma per ora funziona così.