La previdenza ENPAP: una questione anche culturale.

La previdenza ENPAP: una questione anche culturale.

Un collega psicologo chiede nel nostro gruppo Facebook ‘ENPAP Istruzioni per l’Uso se può destinare la quota di TFR del suo lavoro da dipendente ad ENPAP, invece che al fondo complementare dell’azienda.

Una domanda molto interessante, che diventa l’occasione per una riflessione più generale sulla nostra previdenza di categoria e sui suoi sviluppi futuri.

Purtroppo la destinazione del trattamento di fine rapporto può essere solo verso fondi complementari, negoziali (di categoria per il CCNL di appartenenza dell’azienda) oppure aperti (prodotti presenti sul mercato e scelti dal lavoratore). ENPAP non è né l’uno né l’altro perché è un ente di previdenza di primo pilastro obbligatorio. Come l’INPS, per capirci.

Si potrebbe fare solo se decidessimo di aprire un nostro fondo complementare ENPAP. Ci stiamo ragionando da tempo, lo statuto già lo prevederebbe per cui sarebbe operazione semplice sul piano amministrativo. Il problema sarebbe di adesioni: un fondo complementare richiede un certo numero di aderenti per rimanere in equilibrio finanziario sul lungo periodo e poter pagare le pensioni complementari in modo abbastanza garantito.

Ma purtroppo attualmente come psicologi facciamo già fatica ad aumentare il numero di persone che versano facoltativamente oltre il 10% minimo obbligatorio, occorrerebbe dunque prima uno scarto culturale importante, in cui tutti dovremmo riappropriarci dell’idea che i contributi vanno gestiti come un piano di risparmio. Che la previdenza è costruzione paziente di un risultato, mattone per mattone.

A quel punto, quando come categoria vedremo i contributi come un’azione da calibrare in vista di un obiettivo di rendita e non come un mero obbligo, ci saranno i requisiti socio-culturali anche per un piano complementare tutto nostro.

Ecco, credo che questa sia la sfida finale: noi stiamo lavorando molto per creare consapevolezza e fiducia, ma credo sarà un lavoro ancora lungo. Ancora troppo spesso quando parliamo di contributi previdenziali, le risposte sono molto vincolate al presente (esempio: ‘non ho soldi nemmeno per oggi’, ‘non posso risparmiare’, ‘è già tanto il 10%’) e poco a prendere il controllo del proprio piano di risparmio e programmarlo (‘quanto mi servirà per vivere?’, ‘quanto tempo ho per accumulare un risparmio adeguato per il mio obiettivo?’, ‘quanto devo versare all’anno per raggiungerlo?’).

Ovviamente non significa negare gli enormi problemi di reddito attuali. Problemi che però riguardano tutti gli italiani. E non significa negare che il sistema contributivo puro che oggi vige in Italia sia iniquo. Lo è: il sistema è iniquo anche solo perché da un anno all’altro (con la riforma del 1995) ha condannato milioni di persone a costruirsi la propria pensione quando altri milioni ancora oggi, godendo di diritti acquisiti che poggiano sulle tasse di tutti, percepiscono pensioni non proporzionate ai (pochi) contributi versati.

Significa però essere consapevoli che oggi stiamo dentro a questo contesto e che risulta preferibile cercare di governarlo piuttosto che subirlo.

Questo significa governare il processo di risparmio pensionistico sia (1) a livello collettivo con una buona gestione di ENPAP – e su questo oggi ci impegniamo noi e domani la comunità professionale dovrà essere attenta a scegliere persone degne e competenti – sia (2) sul piano individuale, e su quello ci deve pensare il singolo cercando di collocare il risparmio dentro le voci di spesa del proprio budget mensile, come il cibo, le bollette e lo studio.

La domanda posta dal collega denota già questo: la presenza di una riflessione su come programmare il proprio risparmio pensionistico. Il collega non resta passivo: si domanda attivamente come può agire per ottimizzare.

Credo che questo sia l’atteggiamento giusto, per affrontare la questione previdenziale. Questo radicale cambio di paradigma – da previdenza ricevuta a previdenza costruita attivamente – dovrebbe idealmente essere la svolta culturale da favorire per il futuro anche come ENPAP.