La rivoluzione delle casse dei liberi professionisti

Il testo-base per la discussione in parlamento prevede modifiche alla normativa fra cui: definizione autonoma dei coefficienti di trasformazione, sostegno ai consorzi fra casse, dimezzamento del numero di consiglieri delle casse. Su quest’ultimo punto, resto convinto che il vero costo dei consiglieri non siano le indennità, ma l’incapacità 😉

Se la proposta fosse approvata per come è stata proposta, disegnerebbe una rivoluzione copernicana nella gestione di aspetti cardinali delle casse di previdenza.

Il punto forse più importante riguarda il netto incoraggiamento alle forme di collaborazione fra gli enti. La bozza prevede sgravi fiscali e incoraggia apertamente forme di collaborazione in settori funzionali specifici. Se pensiamo alle recenti esperienze negative di alcune casse previdenziali, che in alcuni casi hanno scontato il proprio isolamento con eventi disastrosi dal punto di vista dell’immagine e delle perdite finanziarie, non possiamo che gioire per un orientamento di questo tipo.

D’altra parte, la possibilità di consorziare alcune funzioni (ad esempio la gestione degli investimenti finanziari o del patrimonio immobiliare), lasciando autonomia su altre (definizione delle forme di assistenza e di previdenza), permetterebbe di raggiungere una maggiore efficienza gestionale e di garantire pensioni e welfare ritagliate sulle specifiche caratteristiche delle professioni, che è la ragione fondamentale per cui esistono casse autonome per ciascuna categoria.

Soprattutto, essere in rete con altre casse creerebbe un ulteriore meccanismo di controllo rispetto ai macroscopici errori a cui le cronache ci hanno abituati: dover assumere decisioni comuni con altre casse, ad esempio sugli investimenti finanziari e immobiliari, renderebbe difficile acquistare immobili a prezzo gonfiato, prodotti finanziari ad alto rischio, oppure costruire un portafoglio sbilanciato e basato su criteri finanziari caserecci e zoppicanti.

Ma altri punti sono altrettanto interessanti: dal testo, sembra emergere la volontà di attribuire alle casse, piuttosto che alla decisione centrale e indifferenziata dello Stato, la definizione dei coefficienti di trasformazione, che sono il numero per il quale va moltiplicato il conto personale di un lavoratore per ottenere la sua pensione annua. Questi coefficienti andrebbero tarati anno per anno sulle singole popolazioni e sulla loro specifica aspettativa di vita, mentre oggi vengono applicati coefficienti unici per tutte le professioni e con aggiornamenti meno che annuali, quindi non aderenti alla reale aspettativa di vita.

Infine, nell’imperante vento della revisione della spesa, un articolo di poche righe che taglia a metà il numero dei consiglieri delle casse dei professionisti, che passerebbero da uno ogni mille iscritti a uno ogni duemila. Anche qui, una vera rivoluzione che potrebbe avere effetti positivi. Personalmente, ritengo che la vera spesa degli enti non sia negli organi consiliari in se e per se, ma nella loro composizione spesso inadeguata e inesperta, definita in base ad elezioni troppo poco partecipate; ed è chiaro che sui piccoli elettorati, i fattori clientelari possono ancora giocare un ruolo importante, molto più che la reale competenza dei candidati. Il vero costo, alla fine, è questo: non le indennità dei consiglieri, ma la loro incapacità.

 

QUESTO IL TESTO-BASE PROPOSTO DALLA COMMISSIONE