ENPAP E LE SUE PENSIONI BASSE
Nell’ultimo periodo è ritornato un po’ di fermento sul tema delle pensioni ENPAP e di quanto siano basse.
Va detto che l’argomento è quotidianamente presente nelle discussioni con colleghe e colleghi, che hanno bene in mente il problema.
È solo la politica professionale che se lo scorda per lunghi periodi, salvo poi riprenderlo periodicamente.
Di solito avviene in campagna elettorale per fare promesse campate in aria oppure, come in questi giorni, in modo strumentale per mettere in cattiva luce il gruppo avversario di turno.
Pazienza.
Prendo quel che c’è di buono in questo ritorno di fiamma per parlare nuovamente di pensioni ENPAP, tema di cui mi occupo con continuità dal 2008 e su cui credo che qualcosa sia stato fatto.
Negli ultimi 8 anni, all’interno di ENPAP, abbiamo lavorato alle pensioni su due fronti:
(1) cercando di aumentarle
(2) cercando di aumentare la consapevolezza del legame contributi-pensioni, e promuovendo comportamenti di risparmio utili per avere pensioni migliori.
Nella prima categoria rientra una gestione del patrimonio efficiente e sicura, una prima riforma previdenziale che ha aumentato i rendimenti dei nostri risparmi e una seconda che ha liberalizzato scelte come l’età di pensionamento.
I risultati sono concreti, tangibili: oltre 100 milioni di euro in più sui montanti degli iscritti fra il 2015 e oggi, solo di rivalutazioni maggiorate.
Nella seconda categoria rientrano le molteplici iniziative di informazione e comunicazione previdenziale, il contatto costante con colleghe e colleghi, la consulenza, e i Nudge che hanno aumentato di 10 volte il numero di persone che versano volontariamente contributi aggiuntivi.
Credo che queste iniziative siano servite.
Ma ovviamente nessuna di esse può risolvere il problema dell’adeguatezza delle pensioni, che è un problema strutturale di tutti i paesi avanzati.
IL PROBLEMA DELLE PENSIONI BASSE
Il tema delle pensioni basse è ben conosciuto a chiunque si occupi di previdenza, e riguarda tutti i lavoratori e i cittadini.
Senza dilungarmi troppo, voglio solo ricordare che nasce dalla progressiva trasformazione demografica degli ultimi 50 anni, che ha letteralmente ribaltato la demografia di tutti i Paesi avanzati.
Siamo passati da una popolazione con molti lavoratori e pochi pensionati, con economie in crescita, ad una popolazione con meno lavoratori e molti pensionati in un contesto economico rallentato.
Questo ribaltamento ha tolto ossigeno, denaro, alla previdenza e alle pensioni.
Costringendo tutti i Paesi a passare dal sistema retributivo (i lavoratori pagano le pensioni ai pochi pensionati e le pensioni sono proporzionali agli ultimi redditi e non ai contributi versati) al sistema contributivo (ciascuno accantona per sé i contributi che serviranno a pagare la propria pensione, come un piano di risparmio, senza garanzie di un livello pensionistico minimo).
In Italia questo passaggio è avvenuto nel 1996 per tutti i lavoratori.
Dal 1996, anche da noi la pensione è un piano di accumulo di contributi.
LA FAMOSA ‘PENSIONE MINIMA’.
Va osservato che nel sistema contributivo non vi può essere alcuna ‘pensione minima’, ed è proprio un limite strutturale non superabile.
Le eventuali forme di ‘reddito minimo’ garantite ai pensionati, nel sistema contributivo sono sempre forme di welfare. Come un reddito di cittadinanza, per intendersi.
Queste forme di assistenza non sono finanziate dai contributi previdenziali ma dalla fiscalità, e per loro natura non sono strutturali ma decise di anno in anno.
La ‘pensione minima’ per le pensioni a contributivo in Italia è stata espressamente abolita dalla legge 335/1995. Chi la promette sta mentendo, o non conosce le norme.
I CONTRIBUTI NEI VARI ENTI DI PREVIDENZA
Partendo dal sistema contributivo come dato di realtà, ciascuna categoria professionale si è organizzata a proprio modo, in tema di contributi.
Possiamo dividere grossolanamente gli enti di previdenza dei professionisti in due grandi gruppi.
(1) Da una parte gli enti che hanno previsto una contribuzione minima molto elevata. Gli iscritti versano contributi per almeno 3-4.000 euro/anno obbligatoriamente, a prescindere da quanto hanno guadagnato. Questo garantisce pensioni minime elevate, ma prevede uno sforzo economico importante da parte degli iscritti. Non tutti riescono e per chi non riesce a sostenere queste spese c’è una sola alternativa: uscire dalla professione.
(2) Altri enti, fra cui ENPAP, hanno optato per livelli di contribuzione obbligatoria più bassi, e quindi per una maggiore libertà di gestione dei propri soldi. Il versamento minimo di ENPAP è di 780 euro/anno, ma può scendere fino a 156 euro. Contributi economicamente sostenibili, ma nessuna garanzia di una pensione sufficiente.
La prima scelta è selettiva, perché chi non riesce a sostenere la spesa contributiva ha una sola alternativa: uscire dalla professione.
La seconda scelta, che è anche quella di ENPAP, è inclusiva: la spesa contributiva è più o meno sempre sostenibile e non costringe nessuno ad uscire dalla professione.
In generale, professioni tradizionalmente più affermate, con livelli di reddito più elevati e un minor numero di professionisti hanno optato per livelli di contributi elevati.
Invece, le professioni più recenti, con maggiore libertà di accesso e più numerose, hanno scelto livelli di contributi minori, anche perché livelli elevati sarebbero insostenibili dagli iscritti.
ENPAP sta nella seconda categoria. E per questo motivo sconta risultati pensionistici inferiori.
ESISTE UN MODO PER AUMENTARE LE PENSIONI SENZA AUMENTARE I CONTRIBUTI?
Domanda secca, risposta secca: no.
Però io vengo spesso accusato di ragionierismo, e questo mio difetto potrebbe impedirmi di vedere soluzioni creative che altri vedono.
Per cui resto umile e in attesa, pronto a scusarmi e ritirarmi a vita privata qualora risultassi cieco a soluzioni innovative ed efficaci.
Dichiarato questo, passo a dare la spiegazione della mia risposta.
Una singola pensione vitalizia da 1000 euro/mensili ha un costo matematico di circa 230.000 euro, ad attuali coefficienti di aspettativa di vita.
Dividendo 230.000 euro per 40 anni di carriera, risulta una necessità di accantonamento di 5.750 euro/anno per tutta la carriera.
Anche considerando una quota di rivalutazione fornita da ENPAP (o dall’ente di previdenza di turno) che possiamo stimare ottimisticamente in 80.000 euro, resterebbe necessario accantonare 150.000 euro in 40 anni, pari a 3.750 euro/anno di contributi.
Sotto queste cifre, non è matematicamente possibile costituire la ‘riserva’ a cui attingere per finanziare la singola pensione.
Stante questa situazione, e gli attuali livelli di versamento minimo obbligatorio (780 euro/anno) è difficile – almeno per me – pensare di risolvere il problema delle pensioni ENPAP senza un aumento dei contributi minimi obbligatori.
Certo, si potrebbe cercare denaro da fuori, per colmare il gap fra contributi sostenibili e pensione da raggiungere.
Se però moltiplichiamo queste cifre per decine di migliaia di persone (iscritti ENPAP) otteniamo un fabbisogno annuo di milioni di euro, che è difficile immaginare di cercare fuori da ENPAP.
Quantomeno, il Paese in cui viviamo ci risponderebbe: e perché la vostra popolazione non risparmia di più, cavandosi il sangue, come fanno altre categorie?
Ecco spiegato il motivo per cui ci troviamo, probabilmente, di fronte ad un vicolo cieco.
LE PENSIONI: UN PROBLEMA EPOCALE.
Possiamo ora ampliare il focus dal singolo ente di previdenza all’intero Paese.
Se moltiplichiamo le cifre di cui al paragrafo precedente per milioni di persone (un Paese come l’Italia) otteniamo un fabbisogno annuo di miliardi di euro.
Stante la situazione generale dei Paesi, il livello di spesa previdenziale, il mercato del lavoro sempre più povero e discontinuo, possiamo facilmente renderci conto dell’impatto del problema previdenziale.
Il problema previdenziale è noto a tutti. E non è certo un problema di ENPAP.
Rappresenta uno dei principali rischi socio-politici dei prossimi decenni.
Se attualmente non è ancora stato risolto è perché ha un enorme grado di complessità oggettiva.
È difficile mantenere un livello di produzione di risorse tali da garantire la sussistenza di una fetta consistente di persone non più produttive.
Peraltro il livello di produzione (il PIL) non è una variabile su cui si possa agire facilmente. Non posso, per capirci, fare il pieno di PIL quando lo finisco, come si fa con l’automobile.
I Paesi agiscono tipicamente su altre due leve, per calibrare il problema:
⁃ l’età di pensionamento, alzandola
⁃ La tassazione, aumentandola
Entrambi i metodi sono, di fatto, prelievi forzosi sui singoli di risorse che hanno a disposizione oggi, in tempo o in denaro, spostandole a domani.
Siamo tornati dunque al punto di partenza: che si versi in anni, contributi o tasse, per finanziare le pensioni è sempre necessario attingere qualcosa dalla popolazione, accantonarlo, e restituirlo a rate.
Il cerchio si chiude.
AUMENTARE I CONTRIBUTI ENPAP: QUALI CONSEGUENZE?
L’aumento dei contributi minimi obbligatori, unica via per un aumento strutturale di tutte le pensioni, sarebbe una scelta tecnicamente molto semplice.
Basterebbe una delibera di aumento dei contributi minimi a 3-4.000 euro/anno. Questo porterebbe tutte le pensioni ad almeno a 1.000 euro/mese.
Ma produrrebbe anche importanti conseguenze sociali nella categoria.
Io credo che chi ha un ruolo istituzionale in ENPAP e continua ad additare le pensioni basse di ENPAP come la radice del problema, probabilmente vive scollegato dalla realtà.
Sono molto più consapevoli i colleghi e le colleghe che non hanno ruoli istituzionali ma, vivendo ogni giorno la professione, si interrogano con molta concretezza sulla loro futura pensione e sui contributi da versare.
Io ci parlo ogni giorno, da anni. A nessuno di loro viene in mente di identificare il problema nell’Ente di previdenza. Tutti sanno che c’è un problema strutturale e che la pensione è il risultato dei contributi che versano.
Il problema è che i soldi non bastano. Questo è il tema, non l’ENPAP.
I colleghi e le colleghe riportano vissuti di difficoltà, sia di avvio che di mantenimento del lavoro, ancor più in questo periodo storico in cui devi riorganizzarti le giornate in base a quarantene, DAD dei figli, pazienti che perdono il reddito, spese che corrono.
Molte persone hanno un doppio lavoro e solo in questo modo raggiungono un reddito pieno.
Costringere queste colleghe e colleghi a sopportare contributi molto elevati significherebbe condannarle a sostenere spese eccessive rispetto alle loro possibilità.
In alcuni casi, ad uscire dalla professione.
Ovviamente ci si potrebbe domandare il motivo di redditi di categoria così bassi.
Le ipotesi sono le più varie e non è questa la sede. Riporto alcune delle spiegazioni più diffuse che ci diamo come comunità professionale: difficoltà di avvio, spese, burocrazia, oneri, discontinuità e incertezza di lavoro, professione part-time, doppi e tripli lavori.
E più in generale: eccessivo numero di psicologi, basso riconoscimento sociale della professione, eccessiva concentrazione sul mondo della clinica, saturazione del mercato, concorrenza di pseudo-professioni, crisi sociali periodiche, scarsi investimenti nella salute mentale.
Quali che siano i motivi della situazione attuale, non possiamo sperare di superarli in poco tempo, sono strutturali.
E tornando alle pensioni, non possiamo pensare di rimediare al problema delle pensioni basse aumentando a dismisura i contributi obbligatori.
Perché la gente non ce la farebbe a sostenerli, questo è il punto.
Un aumento generale dei contributi impatterebbe in maniera determinante su decine di migliaia di persone e sulla struttura stessa della categoria.
È chiaro che non può essere una decisione solipsistica, assunta da ENPAP con un provvedimento meramente tecnico.
UNA SCELTA DA DISCUTERE.
Le scelte politiche di questa portata sono, tipicamente, scelte difficili.
Di solito vengono imposte da governi tecnici se si vuole fare prima, oppure vengono ampiamente e lungamente discusse nelle comunità sociali se si intende maturarle in modo condiviso.
La seconda possibilità richiede anche interlocutori politici dotati di molta buona volontà e orientati all’interesse comune.
Questa particolare e rara categoria di interlocutori è disposta ad un dialogo genuino, scevro dall’intento di fare lo sgambetto all’una o all’altra parte, con la sola finalità di compiere le scelte più opportune per la categoria.
Un mondo in cui le persone si fanno eleggere per fare scelte coraggiose e importanti, con una preparazione adeguata, e senza l’obiettivo di truffare la comunità professionale come avvenuto in passato.
Una roba che neanche nel paese dei balocchi.
Mi accontenterei però di molto meno.
Mi basterebbe che i gruppi di consiglieri ENPAP che oggi evidenziano il problema delle pensioni basse suggerissero anche delle soluzioni. Quelle che hanno in mente loro.
Le colleghe e i colleghi hanno il diritto di lamentarsi e di essere ascoltati.
I consiglieri no, quelli devono portare soluzioni e non problemi.
Altrapsicologia resta sempre aperta al dialogo su questo argomento, che è difficile per tutti e non conosce soluzioni perfette.
Nel frattempo continueremo a lavorare come negli ultimi 8 anni.
Garantiremo una gestione efficiente per dare buone rivalutazioni, mantenendo la libertà di scelta nei contributi, e sostenendo i contributi volontari come metodo personale per avere una pensione adeguata.

leggo con interesse e ringrazio la tua competenza Zanon e la chiarezza con cui ci spieghi, non per la prima volta i concetti cardine della situazione. Ho solo un dubbio che ti chiedo di chiarirmi: è pensabile un contributo pensione, anche di modestissima entità, con la stessa modalità con cui si paga il contributo maternità da parte di tutti gli iscritti ? Grazie per la risposta
Non è pensabile nei termini del contributo maternità in quanto quello è stabilito dalla legge. Stiamo però lavorando ad un contributo assistenziale per pensionati indigenti, da finanziare con il contributo integrativo.
È possibile abolire gli Ordini professionali?
Dato che tutelano solo alcuni, e dato che ad altri che pagano regolarmente la tutela dei sopra citati ‘alcuni’, venga spudoratamente consigliato di ‘cancellarsi dall’ Albo? È offensivo,disgustoso.
Cordialmente ma anche no.
AGC
Gli Ordini servono per tutelare i cittadini, rendendo pubblici i dati dei professionisti che possono esercitare e svolgendo l’attività disciplinare. Non sono un sindacato che tutela gli psicologi, ma un’articolazione dello Stato.
Gli ordini professionali e gli enti previdenziali relativi sono inutili e costosi. Sono piccoli centri di potere in cui si spende con i soldi degli iscritti. Dobbiamo pagare 2 casermoni inutili, c’è il Codice Civile per tutto il resto. E con l’Inps ci andrebbe molto meglio.
Su questo non ho alcun dubbio!
Può darsi, INPS gestione separata ha il 27% di contribuzione e non c’è modo di rappresentare agli organi di governo le nostre specificità. Per tutto il resto va benissimo.