Le pensioni basse e il sistema contributivo.

Le pensioni basse e il sistema contributivo.

In questi giorni di campagna elettorale ENPAP 2021 si parla, per fortuna, anche di pensioni basse e sistema contributivo.

Le basse pensioni attualmente erogate da Enpap sono una realtà.

Sono pensioni che nascono da carriere contributive iniziate dal 1996, quindi sono pensioni a metà.

Ovviamente si presume l’esistenza di una carriera contributiva precedente, e quindi di un’altra metà di pensione da mettere insieme a quella Enpap.

Però la questione interroga. Ci si chiede se le pensioni a carriera intera saranno migliori.

E di fatto, ci si chiede se il sistema contributivo sia equo, adeguato, efficiente.

Non ce lo chiediamo solo noi. Si tratta di un tema europeo. Mettere insieme adeguatezza delle pensioni e sostenibilità della spesa sarà un tema epocale dei prossimi decenni.

Ma qualche ragionamento, nel nostro piccolo, possiamo farlo anche noi.

Noi sappiamo che il sistema contributivo funziona come un piano di risparmio: tanto versi, tanto ricevi in pensione, salva la rivalutazione.

Non c’è nessuna truffa: il principio è che ciascuno sostenga prima di tutto se stesso, e poi anche chi resta indietro.

Come nella vita, prima di soccorrere gli altri, devi salvaguardare te stesso.

Inoltre, l’ipotesi del sistema contributivo è che restare indietro debba essere un’eccezione. Non un fenomeno generalizzato.

In altre parole, nessuno deve cullarsi nell’idea di non versare a sufficienza perché tanto qualcuno pagherà per lui la sua pensione.

Invece nel sistema retributivo la pensione è più o meno pari agli ultimi redditi.

L’obiettivo sociale è di conservare il tenore di vita.

E chi paga le pensioni in un tale sistema?

Di solito, le pensioni si pagano con le imposte e con i contributi dei lavoratori in attività.

La generazione seguente mantiene la generazione precedente.

Perché in un sistema retributivo nessuno accantona nulla.

Il sistema retributivo funzionava finché c’erano le condizioni: molti lavoratori, pochi pensionati.

Stava in piedi per un equilibrio finanziario, non perché fosse equo.

Un sistema retributivo non ha nulla di equo, specialmente se calcola le pensioni sugli ultimi redditi (i più alti) e non sulla media di carriera.

Un sistema retributivo a ripartizione, come era in Italia fino al 1995, e come per molte pensioni ancora in pagamento (tipo le baby pensioni) è l’apoteosi dell’iniquità.

Perché dico che è iniquo?

Perché una coorte generazionale decide la propria promessa pensionistica, e la carica sulle coorti generazionali successive, cioè sui figli e nipoti che verranno.

E che vivranno in un mondo che la generazione precedente non può prevedere.

Si rischia di caricare la generazione successiva di una promessa pensionistica insostenibile.

Come del resto è effettivamente accaduto a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso. La riforma previdenziale del 1995 non viene dal nulla.

Quindi è difficile immaginare che un sistema retributivo a ripartizione possa essere equo.

Ed è anche rischioso considerarlo efficiente. Perché se non accantona nulla e poi le condizioni storiche cambiano, la generazione che mi segue rischia di non potermi mantenere.

Dunque, ormai la regola per tutti i paesi è l’adozione del sistema contributivo.

Che garantisce almeno la sostenibilità: costringendo tutti ad accantonare risparmi, tutti arriveranno alla pensione con qualche cosa da parte per mantenersi.

Il problema è che un sistema contributivo va costruito in modo efficiente.

Deve raggiungere due obiettivi: uno individuale, dare pensioni che garantiscano il tenore di vita, e un secondo collettivo, perché deve prevenire la povertà diffusa.

E qui non ci sono magie, solo strumenti. So che deluderò qualcuno, ma non c’è nulla di romantico o di idealistico.

Definita la traiettoria a livello politico, il resto sono solo calcoli.

Intanto bisogna versare abbastanza.

Poi bisogna prevedere dei meccanismi di prevenzione della povertà per chi, per problemi oggettivi, resta indietro e non riesce a cumulare i propri contributi.

Ma non possono essere troppe, le persone che restano indietro.

Il sistema contributivo si regge sul presupposto che si inizi presto a lavorare e a versare e che non ci siano periodi vuoti o periodi buchi.

Quindi serve anche lavoro, in quantità sufficiente e costante.

Attualmente in Italia non abbiamo quasi nulla di tutto questo.

E non è certo un problema che possa risolvere Enpap o una singola categoria.

Peraltro con la durata breve e anticiclica dei governi, rispetto ai cicli lunghi della previdenza, è difficile immaginare un serio ingaggio politico in grado di programmare obiettivi a 35-40 anni.

ENPAP in tutto ciò è un guscio di noce in un mare in tempesta.

Con gli stessi problemi di tutti gli altri enti di previdenza e di tutti i lavoratori e cittadini italiani: lavoro discontinuo, carriere contributive divise fra più enti, livello di contribuzione troppo basso.

Ora, come ipotesi fantapolitica, possiamo immaginare un diverso sistema previdenziale? Qualcosa di più giusto, più equo, più efficiente?

Partiamo dai costi. Noi tutti sappiamo quanto costa una pensione da 1000 euro erogata per vent’anni: circa 250.000 €.

Una persona può essere nutrita con riso, pasta, carne o fagioli, ma sempre di 2500 calorie al giorno ha bisogno.

Da qualche parte bisogna trovarli, se immaginiamo di non usare il risparmio previdenziale individuale.

Dove immaginiamo di trovarli questi soldi?

Resta una domanda aperta, che io vorrei ribaltare su tutte le colleghe e i colleghi che in questi giorni parlano di migliorare la previdenza e invocano pensioni più alte.

Io, dopo 12 anni di previdenza quotidiana, una risposta non ce l’ho.

Altri sistemi previdenziali oltre a retributivo e contributivo non ne conosco.

Non conosco politiche monetarie in grado di creare ricchezza dal nulla.

E non riesco a immaginare un metodo efficace per ridurre il nostro consumo calorico quando arriveremo alla pensione.